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excerpt: "Il progetto di restauro del Mulino dell'Acquaviva, finanziato dal PNRR (Missione 1), punta su quattro pilastri: energia pulita da impianto pico-idroelettrico, fitodepurazione orizzontale, economia circolare con recupero dei materiali e finiture biocompatibili in stile rurale tradizionale."
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# Innovazione e Restauro

### Un progetto che guarda avanti, con le mani nel passato

Il recupero del Mulino dell’Acquaviva, **finanziato nell’ambito del PNRR (Missione 1)**, non è un semplice restauro. È un progetto che pone una domanda precisa: come si riporta in vita un luogo antico senza tradirne l’identità?

La risposta sta nell’equilibrio. Ogni scelta — dai materiali alle tecnologie, dall’energia al trattamento delle acque — segue un principio comune: intervenire con il minimo impatto e il massimo rispetto. Per l’edificio, per il paesaggio, per la storia che questo luogo si porta addosso.

Quattro direzioni di lavoro definiscono il futuro sostenibile della struttura. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa: si può innovare senza cancellare.

01

### Energia pulita

L'impianto pico-idroelettrico

Per secoli la sorgente dell’Acquaviva ha mosso la ruota, gli ingranaggi, le macine. In futuro, quella stessa acqua tornerà a produrre energia, in una forma nuova.

È prevista l’installazione di un impianto pico-idroelettrico — una micro-centrale di taglia inferiore ai 5 kW, pensata per strutture come questa. Il principio di funzionamento sarà lineare: una turbina idraulica domestica sfrutterà il salto d’acqua della sorgente, circa nove-dieci metri, per generare energia meccanica. Un alternatore la convertirà in elettricità pulita.

L’energia prodotta sarà destinata all’autoconsumo. Alimenterà l’illuminazione LED interna ed esterna e i dispositivi di servizio. Un sistema di batterie ricaricabili garantirà autonomia anche nei momenti di flusso ridotto, assicurando continuità senza dipendenza dalla rete.

Nessuna grande infrastruttura. Nessun rumore. Solo l’acqua che tornerà a fare ciò che ha sempre fatto — lavorare.

02

### Il ciclo dell'acqua

Fitodepurazione orizzontale

Il mulino sorge all’interno del SIC “Finalese – Capo Noli”, un’area di interesse comunitario dove ogni intervento dovrà misurarsi con la fragilità dell’ecosistema circostante. Il trattamento delle acque reflue non potrà fare eccezione.

La soluzione individuata è un impianto di fitodepurazione orizzontale: un sistema naturale, a impatto zero, che affiderà la depurazione alla collaborazione tra elementi biologici e minerali. I reflui attraverseranno vasche prefabbricate contenenti strati di materiali drenanti, lapilli vulcanici e filtri a zeolite. L’azione combinata di microrganismi e piante erbacee completerà il processo, garantendo una depurazione conforme agli standard normativi vigenti e azzerando ogni rischio di contaminazione della falda acquifera sotterranea.

L’impianto sarà progettato per integrarsi nel paesaggio senza lasciare traccia visibile. L’acqua arriverà, verrà trattata e restituita all’ambiente. Come se il luogo stesso se ne prendesse cura.

03

### Economia circolare

Recupero e cocciopesto

In un cantiere tradizionale, ciò che viene rimosso diventa scarto. Qui diventa risorsa.

Attraverso piccoli frantumatori a mascelle, i vecchi mattoni, le pietre e i calcinacci del sito vengono trasformati in inerti riutilizzabili — per massetti, riempimenti e malte. Nulla viene portato via, quasi nulla viene portato da fuori. Il materiale del mulino resta nel mulino.

I laterizi frantumati trovano una seconda vita nelle pavimentazioni in cocciopesto, una tecnica di origine antica che produce superfici uniche per colore, texture e granulometria — ogni tratto diverso dall’altro, come il materiale da cui nasce. Anche i vecchi forni in muratura vengono ripristinati con lo stesso principio: materiale detritico recuperato in situ, selezionato e trattato per tornare a svolgere la propria funzione.

Il cantiere, in questo modo, non consuma. Restituisce.

04

### Materiali biocompatibili

Tradizione rurale come metodo costruttivo

Ogni intervento sul mulino risponde a due criteri guida: reversibilità e non invasività. Nessuna finitura è definitiva in modo irreversibile. Nessun trattamento altera ciò che il tempo ha sedimentato sulla superficie dei materiali.

Le pareti interne ed esterne sono rifinite con tinte e velature a base di calce — naturali, traspiranti, capaci di contrastare l’umidità di risalita senza sigillare la muratura. Sono le stesse soluzioni che si usavano un tempo, scelte non per nostalgia ma perché funzionano meglio di molte alternative moderne in un contesto come questo.

L’orditura del tetto in tegole marsigliesi e gli ingranaggi molitori ricevono esclusivamente impregnanti ecologici a base acqua e trattamenti antitarlo biocompatibili, pensati per proteggere il legno senza comprometterne la fibra né l’aspetto. Gli elementi in ferro — la grande ruota, le grate, le componenti strutturali — sono trattati con protettivi trasparenti che ne arrestano il degrado conservando intatte le tonalità naturali: la ruggine, le ossidazioni, le patine che raccontano il passaggio del tempo meglio di qualsiasi didascalia.

Non si tratta di congelare il mulino in un’immagine del passato. Si tratta di lasciarlo invecchiare bene, come ha sempre fatto.
